La sopraelevazione compromette la staticità dell’edificio. L’azione risulta imprescrivibile

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE II CIVILE
Ordinanza 11 luglio – 23 agosto 2017, n. 20288

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE
ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 131-2014 proposto da:

C.A.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SABOTINO, 46, presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO ROMANO, rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANNI BALDINI;

– ricorrente –

contro

CA.RO. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI – controricorrenti –

e contro

P.A., + ALTRI OMESSI – intimati –

nonchè sul ricorso 131-2014 proposto da:

CA.RO. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI – ricorrenti incidentali –

contro

C.A.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SABOTINO, 46, presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO ROMANO, rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANNI BALDINI;

– controricorrente –

e contro

C.A.G., + ALTRI OMESSI – intimati –

avverso la sentenza n. 1318/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO, depositata il 16/09/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 11/07/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA.

 
Svolgimento del processo – Motivi della decisione

C.A.G. ha proposto ricorso articolato in quattro motivi avverso la sentenza della CORTE D’APPELLO di PALERMO n. 1318/2013, depositata il 16/09/2013.

CA.RO., + ALTRI OMESSI C.A.G. ha presentato controricorso per difendersi dal ricorso incidentale.

Rimangono intimati senza svolgere difese P.A., + ALTRI OMESSI La causa aveva avuto inizio con citazione del 21 dicembre 1987, allorchè alcuni condomini del Condominio di via Villafranca 33, Palermo, domandarono la condanna di C.A.G., proprietario dei locali siti all’ultimo piano, a demolire le sopraelevazioni realizzate ed a pagare quanto dovuto per le modifiche apportate, ovvero a corrispondere l’indennità ex art. 1127 c.c.. Il Tribunale di Palermo, con sentenza del 25 gennaio 2001, accolse la domanda, ordinò la demolizione della sopraelevazione e condannò il C. al risarcimento dei danni in favore degli attori per Lire 20.000.000. La Corte d’Appello di Palermo, in parziale riforma della decisione di primo grado, ha ordinato la demolizione delle opere realizzate dal C. sul locale ex stenditoio dell’immobile condominiale, ma ha respinto le domande di risarcimento dei danni e di condanna al pagamento delle quote condominiali “dall’1/1/1996 all’ultima emessa dall’amministratore condominiale”.

1. Il primo motivo del ricorso di C.A.G. denuncia la violazione degli artt. 102 e 305 c.p.c. e art. 307 c.p.c., u.c., per la mancata notificazione dell’atto di riassunzione, dopo l’interruzione del giudizio di primo grado disposta con ordinanza del 22 ottobre 1997, al convenuto originario contumace Antonio Coppola.

1.1. Il motivo di ricorso è infondato, avendo la Corte d’Appello di Palermo deciso su tale questione in maniera conforme al consolidato orientamento di questa Corte, secondo il quale, in base al combinato disposto dell’art. 292 c.p.c. e art. 125 disp. att. c.p.c., le ipotesi di riassunzione senza mutamenti sostanziali degli elementi costitutivi del processo non richiedono la notificazione dell’atto di riassunzione alla parte contumace, mentre, al contrario, solo ove l’atto riassuntivo comporti un radicale mutamento della preesistente situazione processuale (dato che il ricorrente qui neppure specifica, come gli sarebbe imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), il contumace deve esserne posto a conoscenza mediante la relativa notificazione, perchè la duplice circostanza che egli abbia accettato la precedente situazione processuale e deciso di non partecipare al giudizio non consente minimamente di presumere che intenda mantenere la stessa condotta nella nuova situazione (Cass. Sez. 2, 24/06/2011, n. 13981; Cass. Sez. 2, 16/03/2004, n. 5341). Nella particolare ipotesi dell’interruzione del giudizio, si è altresì affermato che l’atto riassuntivo del processo, essendo rivolto a provocare la ripresa del procedimento nello stato in cui si trovava nel momento in cui è sopravvenuto l’evento interruttivo, deve essere notificato – come richiede l’art. 302 c.p.c. – con il pedissequo decreto di fissazione dell’udienza soltanto alle altre parti costituite e non anche ai contumaci, non rientrando un tale atto nell’elenco di quelli tassativamente indicati nell’art. 292 c.p.c., per i quali è prescritta la notificazione al contumace (Cass. Sez. 3, 23/05/2003, n. 8162; Cass. Sez. 2, 03/09/1998, n. 8728).

A tal fine, non spiega alcun rilievo l’eventuale mancanza (come si assume dal ricorrente) di una formale dichiarazione di contumacia, attesane la natura di mero accertamento della situazione processuale della parte non costituita o irregolarmente costituita.

2.1 Il secondo motivo del ricorso di C.A.G. denuncia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all'”ex stenditoio”, cui si riferisce la sentenza impugnata nell’ordine di demolizione delle “opere di ampliamento realizzate sul penultimo piano dell’immobile”.

2.1. Il motivo è inammissibile, in quanto non tiene conto che nel vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134, non è più configurabile il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti (cfr. Cass. Sez. U, 07/04/2014, n. 8053).

Va comunque aggiunto che la portata precettiva di una pronuncia giurisdizionale deve essere individuata sulla base della correlazione tra parte dispositiva e parte motiva, e la pronuncia della Corte di Palermo individua sufficientemente quali fossero le opere di sopraelevazione realizzate dal C. oggetto dell’ordine di demolizione, spettando eventualmente al giudice dell’esecuzione, a norma dell’art. 612 c.p.c., di fissare le modalità di attuazione dell’indicato ordine.

3. Il terzo motivo del ricorso di C.A.G. denuncia la violazione degli artt. 2934 e ss. e 2947 c.c., per aver la Corte d’Appello disatteso l’eccezione di prescrizione delle pretese che riguardano l’illegittimità delle opere realizzate dal C., in quanto basata sulla deduzione del pregiudizio all’equilibrio statico dell’edificio.

3.1. Il terzo motivo è del tutto infondato. Occorre ribadire l’interpretazione di questa Corte, per cui, mentre nel caso di sopraelevazione effettuata dal proprietario dell’ultimo piano che alteri l’aspetto architettonico dell’intero edificio condominiale, l’azione diretta ad ottenere la “restitutio in integrum”, di cui gli altri condomini sono titolari, è soggetta a prescrizione ventennale, nell’ipotesi, quale quella in esame, in cui siano le condizioni statiche dell’edificio a non consentire la soprelevazione, è invece imprescrittibile l’azione di accertamento negativo tendente a far valere l’inesistenza del diritto di sopraelevare, mancando un presupposto della sua stessa esistenza (Cass. Sez. 2, 05/10/2012, n. 17035; Cass. Sez. 2, 19/10/1998, n. 10334; si veda anche in motivazione Cass. Sez. 2, 15/11/2016, n. 23256).

4. Il quarto motivo del ricorso di C.A.G. denuncia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione al “piano veranda”. Si contestano le risultanze peritali quanto al giudizio di sicurezza statica antisismica espresso riguardo a tale opera.

4.1.Il motivo è inammissibile per le stesse ragioni di difformità dal parametro vigente dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, indicate a proposito del secondo motivo.

D’altro canto, la Corte d’Appello ha motivatamente spiegato le ragioni della propria adesione alle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, indicando come la sopraelevazione realizzata dal C. avesse inciso sui carichi permanenti e sui sovraccarichi accidentali dell’edificio, con conseguente pregiudizio statico. Come già evidenziato a proposito della precedente censura, le condizioni statiche dell’edificio rappresentano un limite all’esistenza stessa del diritto di sopraelevazione, e non già l’oggetto di verificazione e di consolidamento per il futuro esercizio dello stesso, limite che si sostanzia nel potenziale pericolo per la stabilità del fabbricato derivante dalla sopraelevazione, il cui accertamento costituisce apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito, non sindaca bile in sede di legittimità se congruamente motivato (Cass. Sez. 2, 30/11/2012, n. 21491).

5. Quanto al ricorso incidentale, deve dapprima superarsi l’eccezione pregiudiziale contenuta nel controricorso ex art. 371 c.p.c., comma 4, di C.A.G., circa la carenza di sottoscrizione “per autentica” del mandato speciale conferito dal ricorrenti incidentali e la carenza di sottoscrizione del difensore della copia notificata del controricorso.

L’originale del controricorso contenente il ricorso incidentale risulta firmato dall’avvocato Fabio Tulone.

Qualora l’originale del ricorso per cassazione rechi la firma del difensore munito di procura speciale e l’autenticazione, ad opera del medesimo, della sottoscrizione della parte che gli ha conferito la procura, la mancanza degli stessi elementi sulla copia notificata non determina l’inammissibilità del ricorso nella specie, incidentale – in quanto la predetta copia contenga elementi idonei a dimostrare la provenienza dell’atto da difensore munito di mandato speciale, e tra essi è da ritenere compresa l’attestazione dell’ufficiale giudiziario in ordine alla richiesta di notificazione (Cass. Sez. 1, 24/02/2011, n. 4548). D’altro canto, la mancata certificazione, da parte del difensore, dell’autografia della firma del ricorrente, apposta sulla procura speciale in calce o a margine del ricorso per cassazione (e quindi, a maggior ragione, nella copia notificata), costituisce mera irregolarità, che non comporta la nullità della procura “ad litem”, perchè tale nullità non è comminata dalla legge, nè detta formalità incide sui requisiti indispensabili per il raggiungimento dello scopo dell’atto, individuabile nella formazione del rapporto processuale attraverso la costituzione in giudizio del procuratore nominato, salvo che la controparte non contesti, con valide e specifiche ragioni e prove, l’autografia della firma non autenticata (Cass. Sez. 2, 20/12/2011, n. 27774).

Quanto all’ulteriore eccezione del C. circa l’omessa notifica del ricorso incidentale agli altri intimati, poichè lo stesso ricorso risulta “prima facie” infondato, appare superflua la fissazione del termine ex art. 331 c.p.c. per l’integrazione del contraddittorio, atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti (Cass. Sez. U, 22/03/2010, n. 6826).

V.1.I1 primo motivo del ricorso incidentale denuncia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione al rigetto della domanda di condanna del C. al pagamento delle quote condominiali dovute dall’01/01/1996.

La Corte d’Appello, dopo aver confermato la condanna del C. al pagamento delle quote dovute fino al 1995, ha affermato che mancasse una specifica domanda degli attori per le quote invece dovute dal 1996, essendo altrimenti generica la domanda degli appellanti incidentali alla condanna del medesimo C. al pagamento di tutte le somme dallo stesso “dovute fino alla data di pubblicazione della sentenza di secondo grado”. I ricorrenti incidentali evidenziano come sin dal primo grado essi avessero richiesto di determinare l’ammontare dei crediti vantati dal condominio, e poi in secondo grado insistito per ottenere la condanna dell’appellante principale a corrispondere all’amministratore condominiale “tutte le somme a quest’ultimo dovute”.

Anche il primo motivo del ricorso incidentale sconta il difetto di riferibilità al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che non rende più prospettabile il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza, e attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti.

E’ poi comunque evidente la genericità, come affermato dalla Corte d’Appello, di una domanda di condanna al pagamento di “tutte lo somme dovute” da un condomino alla gestione condominiale fino alla data della sentenza d’appello, ovvero di tutti i crediti maturati anche nel corso della causa, e quindi successivamente alla data di proposizione della domanda stessa. Si tratta di pretesa che, infatti, potrebbe così fondarsi anche su presupposti di fatto diversi da quelli prospettati con la domanda originaria, e perciò comportare un indiscriminato mutamento del fatto costitutivo del diritto di credito azionato, rimanendo eccezionale, nel nostro sistema processuale, un’ipotesi di condanna del tipo, ad esempio, di quella prevista dall’art. 664 c.p.c., comma 1, la quale consente, a chi abbia intimato sfratto per morosità, di ottenere l’ingiunzione per il pagamento, oltre che dei canoni già scaduti, anche dei canoni da scadere.

5.2.Il secondo motivo del ricorso incidentale denuncia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione alla compensazione delle spese del giudizio di appello, che la Corte d’Appello, pur avendo rigettato i motivi fondamentali dell’appello principale ed accolto l’appello incidentale, ha motivato sulla base della reciproca soccombenza e della notevole litigiosità delle parti.

Il motivo è del tutto infondato, giacchè, in tema di compensazione delle spese processuali ex art. 92 c.p.c. secondo il testo, qui applicabile “ratione temporis”, anteriore a quello introdotto dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, il sindacato di legittimità era limitato ad accertare che non risultasse violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, esulando da tale sindacato e rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare, in tutto o in parte, le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altre giuste ragioni. Ne consegue che si riteneva assolto l’obbligo del giudice anche allorchè le argomentazioni svolte contenessero in sè considerazioni giuridiche o di fatto idonee a giustificare la regolazione delle spese adottata, come, nel caso in esame, facendosi riferimento alla reciproca soccombenza ed al comportamento litigioso delle parti (Cass. Sez. U, 30/07/2008, n. 20598).

VILI ricorso principale ed il ricorso incidentale vanno perciò entrambi rigettati. In ragione della reciproca soccombenza, vanno compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater – dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente principale e dei ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per le impugnazioni integralmente rigettate.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale ed il ricorso incidentale e compensa tra le parti le spese sostenute nel giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e dei ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per i ricorsi, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 agosto 2017.

Per la Cassazione installare una telecamera sul pianerottolo di casa non è reato

Con sentenza n. 34151/2017 la Cassazione ha stabilito che installare una telecamera sul pianerottolo di casa non è reato, in quanto le scale e i pianerottoli dell’edificio sono spazi comuni e quindi non sottoposti al regime di privacy. La vicenda riguarda un uomo che ha portato in causa il suo vicino condannandolo di reato di interferenze illecite nella vita privata ex art. 615-bis c.p., in seguito all’installazione di una telecamera che riprendeva parte di pianerottolo prospiciente alla sua porta di casa e di larga parte del pianerottolo condominiale.

La Corte, di contro, ha assolto il soggetto imputato per insussistenza del fatto, avendo il giudice riscontrato che il pianerottolo condominiale non rientra nella nozione di privata dimora, di cui all’art. 614 c.p. e la telecamera stessa interessava solo la porzione di spazio che interessava solo l’uscio di casa dell’imputato e solo una porzione di pianerottolo.

Esistono dei limiti per l’installazione? Innanzitutto, il posizionamento della telecamera deve essere effettuato da persona fisica per fini esclusivamente personali e le immagini acquisite non devono essere comunicate o diffuse a terzi. Se la telecamera deve essere installata in spazi comuni, occorre ottenere l’autorizzazione dell’assemblea condominiale, con delibera delle maggioranze di cui al comma 2 dell’art. 1136 del codice civile (deve essere favorevole la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio). La telecamera deve riprendere solo l’area prospiciente alla porta del soggetto e non le aree condominiali; il Garante della Privacy stesso ha specificato che “l’angolo visuale delle riprese deve essere comunque limitato ai soli spazi di propria esclusiva pertinenza (ad esempio antistanti l’accesso alla propria abitazione) escludendo ogni forma di ripresa, anche senza registrazione di immagini, relativa ad aree comuni (cortili, pianerottoli, scale, garage comuni) ovvero ad ambiti antistanti l’abitazione di altri condomini” (Provvedimento in materia di videosorveglianza del 2010).

È quindi del tutto legittimo il comportamento del condomino che, per uno scopo di sicurezza privata, decida di installare una telecamera che riprenda solo lo spazio di sua proprietà, previa la delibera di maggioranza dell’assemblea condominiale.

Pulizia delle scale condominiali: come si ripartiscono le spese tra i condòmini?

La questione della ripartizione della spesa per la pulizia delle scale tra i condomini è un tema di grande attualità e per certi versi piuttosto incerto. Dopo le molte polemiche sorte sulla questione da parte di numerosi condomini, la Suprema Corte di Cassazione si è espressa sull’argomento. A norma dell‘art. 1124 c.c. 1 comma “Le scale sono mantenute e ricostruite dai proprietari dei diversi piani a cui servono. La spesa relativa è ripartita tra essi, per metà in ragione del valore dei singoli piani o porzioni di piano, e per l’altra metà in misura proporzionale all’altezza di ciascun piano dal suolo”. La legge non specifica quali siano le indicazioni da seguire per quello che riguarda la pulizia. In alcuni casi, i condomini si sono appellati all’art. 1123 del codice civile secondo cui: “Se si tratta di cose destinate a servire i condomini in misura diversa, le spese sono ripartite in proporzione dell’uso che ciascuno può farne”.
Esaminando questi casi, la Suprema Corte, ha deciso di esprimersi, osservando che la norma appena richiamata, e che è stata invocata per sostenere che le spese di pulizia delle scale debbano fare carico a chi concretamente le usa, pur apparendo ispirata ad un criterio di equità e razionalità, tuttavia “ha riguardo a parti comuni che oggettivamente e strutturalmente sono utilizzabili in diversa misura dai condomini, e non all’uso che concretamente i condomini ne facciano”. In sostanza, la Corte di Cassazione ha rilevato che applicando il criterio specificato nell’art. 1123, si dovrebbero assecondare le richiesta di essere esentati completamente dal pagamento delle spese di pulizia di quei condomini che sostengono di non utilizzare mai le scale.

In questo senso, la Suprema Corte di Cassazione si è così definitivamente espressa: “La ripartizione delle spese per la pulizia delle scale secondo quanto previsto dall’art. 1124 codice civile (ossia 50%per millesimi e 50 % in base al piano in cui si torva la proprietà del singolo condomino), è conforme alla ratio di tale disposizione, la quale va individuata nel fatto che, a parità di uso, i proprietari dei piani alti logorano di più le scale rispetto ai proprietari dei piani più bassi, per cui contribuiscono in misura maggiore alla spese di ricostruzione e manutenzione. Ugualmente, a parità di uso, i proprietari di piani più alti sporcano le scale in misura maggiore rispetto ai proprietari dei piani più bassi, per cui devono contribuire in misura maggiore alle spese di pulizia”.

La legge stabilisce, quindi, che la ripartizione delle spese per la pulizia delle scale dipende dal piano in cui si trova l’inquilino pagante e quindi secondo la ratio di chi utilizza maggiormente il bene comune. A parità di uso comune, nello stesso senso, i proprietari dei piani superiori sporcano le scale in misura maggiore rispetto ai proprietari degli appartamenti dei piani più bassi e, dunque, devono contribuire maggiormente alle spese di pulizia.

Innaffiare le piante: quando può diventare reato

Innaffiare le piante sul proprio balcone può essere considerato un gesto innocuo, tuttavia, qualora il getto d’acqua dovesse essere troppo forte, si potrebbe incorrere in una denuncia per “getto pericoloso di cose”, ai sensi dell’art. 674 del codice penale. Per questo, il condomino è richiamato alla cautela quando si prende cura delle piante sul balcone del suo appartamento. Questo aspetto è specificato all’art. 675 del codice penale: “chiunque, senza le debite cautele, pone o sospende cose che, cadendo in un luogo di pubblico transito, o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, possano offendere o imbrattare o molestare persone”.

Il condomino che metta vasi e fioriere esposti verso l’esterno senza una struttura di contenimento che ne prevenga la caduta, può mettere in pericolo la vita dei passanti, per questo il regolamento condominiale può prevedere alcuni accorgimenti relativamente ai vasi e alle fioriere che sporgono verso lo spazio pubblico.

Perché rappresenti reato è necessario che si configuri, però, non come evento isolato e neanche come il ripetersi giornaliero delle emissioni moleste, ma piutosto come un protrarsi senza interruzioni di rilevante entità di questi episodi per un apprezzabile lasso di tempo. (Cass. sent. n. 19637 del 24.05.2012). Non è valida la giustificazione della rottura dell’impianto idrico qualora il disturbo sia reiterato per un lungo lasso di tempo e il vicino si continui a lamentare.

La Corte di Cassazione, sentenza n. 21753 del 2014, ha condannato un condomino per aver gettato acqua nell’abitazione del vicino di casa. L’imputato utilizzava la giustificazione dell’innaffiamento delle piante, tuttavia, questo non si è rivelato sufficiente a scagionarlo: la Corte ha stabilito che il “versamento” di liquido va messo necessariamente in relazione con l’effetto di poter offendere, sporcare o molestare i vicini, anche se, di fatto, questo si è verificato solo parzialmente.

Un’altra sentenza della Suprema Corte di Cassazione, n. 15956 del 2014, ha condannato il condomino che nell’annaffiare le proprie piante con l’impianto di irrigazione ha provocato un eccessivo versamento di acqua nel balcone del vicino sottostante, provocando fastidio. Questo comportamento mette in rilievo la condotta materiale, cioè versare o gettare liquidi in uno spazio altrui, che configurerebbe reato, qualora si trattasse di un atteggiamento reiterato con conseguenti lamentele continuative.

Installazione de condizionatore: la libertà di un condomino termina dove inizia la libertà dell’altro condomino

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 17400/17; depositata il 13 luglio) Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 16 maggio – 13 luglio 2017, n. 17400 Presidente Bianchini – Relatore Grasso

Fatto e diritto

Ritenuto che il Giudice di Pace di Ravenna, con sentenza depositata il 12 marzo 2011, in accoglimento della domanda proposta dal Condominio Royal Palace, condannava i convenuti Ma. Ma. e Ba. Cr. a rimuovere l’apparecchiatura esterna dell’impianto di condizionamento installata a servizio del proprio appartamento e al pagamento delle spese di lite; che Ma. Ma. e Cr. Ba. proponevano appello avverso la pronuncia, deducendo l’errata valutazione delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio svolta nel corso del giudizio e l’omessa valutazione di documenti rilevanti ai fini della decisione; che il Condominio Royal Palace si costituiva in giudizio contestando il fondamento del gravame; che con sentenza pronunciata ex art. 281 sexies c.p.c, in data 28 giugno 2012, il Tribunale di Ravenna ha confermato la sentenza nel merito, accogliendo parzialmente il gravame in punto delle spese di lite; che contro la sentenza del Tribunale di Ravenna, Ma. Ma. e Cr. Ba. propongono ricorso per cassazione, fondato su un unico motivo; che il Condominio Royal Palace resiste con controricorso. Considerato che con l’unico motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’articolo 1102 c.c. (art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.). Secondo i ricorrenti, la pronuncia impugnata non rispetterebbe il principio della nozione di pari uso della cosa comune, secondo l’interpretazione della Suprema Corte, ritenendo invece integrata la violazione dell’art. 1102 c.c. in quanto la porzione di parete del ballatoio utilizzata dal Ma. non consentirebbe agli altri tre condomini la medesima installazione. Il giudice, in tal senso, avrebbe ritenuto rispettato l’art. 1102 c.c. solo nel caso in cui tutti e quattro i condizionatori potessero essere posizionati sulla medesima parete, errando in tale affermazione e confondendo l’individuazione della parte comune ai fini dell’art. 1102 c.c. a volte nel ballatoio (unica vera parte comune esistente) altre volte nelle singole pareti dalle quali è composto; che il ricorso è infondato e deve essere respinto; che in tema di condominio, ciascun condomino è libero di servirsi della cosa comune, anche per fine esclusivamente proprio, traendo ogni possibile utilità, purché non alteri la destinazione della cosa comune e consenta un uso paritetico agli altri condomini (Cass. 16 luglio 2004, n. 13261); che il disposto di cui all’art. 1102 c.c. prevede che il pari godimento della cosa comune è sottoposto a due limiti fondamentali: il divieto di alterarne la destinazione e il divieto di impedire agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto (Cass. 14 aprile 2015, n. 7466); che nel caso di specie, sulla base delle risultanze acquisite, il tribunale ha confermato la decisione di prime cure, ritenendo integrata la violazione della norma che prescrive il pari godimento della cosa comune, in quanto l’impianto di condizionamento dell’aria installato dai ricorrenti, occupando il 60% in superficie disponibile, impediva l’installazione di un analogo apparecchio da parte degli altri condomini del piano. In mancanza del consenso di quest’ultimi o di un loro comportamento inerte (Cass. 9 febbraio 2015, n. 2423), l’installazione costituisce una lesione del loro diritto. Né d’altronde può richiamarsi la giurisprudenza di questa Corte sul godimento turnario o differenziato nel tempo e nello spazio, giacché la stabilità dell’installazione altera, definitivamente, il rapporto di equilibrio tra i condomini nel godimento dell’oggetto della comunione (Cass. n. 7466/2015). che inammissibili, infine, risultano le deduzioni riguardanti l’errore da parte del giudice nell’apprezzamento delle emergenze ricavabili dalla consulenza d’ufficio in ordine all’individuazione delle pareti disponibili, in quanto relative a una questione di fatto; che le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al rimborso delle spese processuali sostenute dalla controricorrente, che si liquidano in complessivi Euro 1.200, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Volantini nelle cassette della posta: si può vietare?

Se l’assemblea di condominio è d’accordo all’unanimità, si può procedere con il divieto.

Ormai quotidianamente nelle cassette delle lettere dei nostri condomini troviamo decine di volantini pubblicitari di tutti i tipi e spesso ci capita di lamentarci di questa carta che rischia di intasare gli spazi della posta. Inoltre, come possiamo spesso notare, molti volantini finiscono per terra, sia nell’androne del palazzo, sia all’esterno, nello spazio antistante, andando a sporcare strada e spazi comuni. Poi, laddove il condominio utilizzi un raccoglitore per la carta appositamente adibito ai volantini pubblicitari, vi è da pagare il costo aggiuntivo della tassa sui rifiuti, che deve essere sostenuta dal condominio.

Il Comune non è tenuto e non ha possibilità di vietare, con propria ordinanza, il volantinaggio. Non si può impedire alle aziende di distribuire il materiale cartaceo, in quanto questo violerebbe i diritti costituzionali di libertà dell’iniziativa economica privata.

Se il Comune non può agire, il condominio può decidere il da farsi attraverso una serie di azioni:

  • la delibera dell’assemblea di condominio. Solo l’unanimità dei condomini può limitare il diritto di proprietà dei singoli e se non c’è il voto favorevole di tutti, l’amministratore non può vietare l’introduzione di volantini nella struttura; tuttavia, il singolo proprietario può apporre sulla personale cassetta delle lettere l’avviso di divieto di introduzione di materiale pubblicitario;
  • se l’assemblea vota all’unanimità per il divieto, l’amministratore deve affiggere sul portone dell’edificio un cartello di divieto, con l’integrazione di reato di “molestia o disturbo alle persone”;
  • il Decreto Sviluppo del 2011 dà la possibilità ai singoli proprietari di inserire il proprio indirizzo nel Registro Pubblico delle Opposizioni, come concerne la pubblicità telefonica;
  • l’amministratore può prendersi la responsabilità di mandare alle società commerciali, tramite PEC, l’intenzione dei singoli condomini di non voler più ricevere le offerte commerciali in formato cartaceo, ma solo in formato elettronico. La mail di recapito può anche essere quella del condominio.
  • una delle soluzioni maggiormente utilizzate fino ad ora è il raccoglitore esterno unicamente adibito alla raccolta dei volantini pubblicitari.

Infiltrazioni sul terrazzo condominiale: chi paga il danno?

Secondo quanto stabilito dalle Sezioni Unite, i costi sono ripartiti tra il proprietario dell’immobile e il condominio.

Fino a poco tempo fa non si era a conoscenza di chi dovesse pagare a fronte di un danno di infiltrazione sul terrazzo condominiale. Finalmente, oggi sappiamo chi sono i soggetti coinvolti nel pagamento dei danni provocati da infiltrazioni provenienti dal tetto di copertura dell’edificio condominiale, definito anche lastrico solare. Fino ad oggi c’è stata parecchia confusione al Continua a leggere »

Case cantoniere e masserie abbandonate: al via il bando per una gestione all’insegna dello ‘slow tourism’

Fino al prossimo 11 dicembre sarà online il bando dal titolo “Valore Paese-Cammini e Percorsi”, che assegnerà 43 immobili pubblici in concessione gratuita per 9 anni a imprese, cooperative ed associazioni costituite da under 40 per la riqualificazione e l’avvio di imprese turistiche. Continua a leggere »

Torna “CONDOMINIOEXPO Italia”, la fiera che mette in contatto le aziende e il mondo dei condomìni

La fiera si terrà a Torino dal 16 al 19 novembre, con un calendario ricco di eventi e di incontri.

Dopo il successo dell’edizione 2016 torna a Torino “CONDOMINIOITALIA Expo”, la grande fiera che coinvolge amministratori di condominio, associazioni che riguardano i condomini e le proprietà immobiliari, ingegneri, progettisti e installatori termoidraulici. Continua a leggere »

Il barbecue fisso deve rispettare le distanze di sicurezza. Per la Cassazione non può essere messa in dubbio la nocività del manufatto.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 22 febbraio – 20 giugno 2017, n. 15246 Presidente Migliucci – Relatore Proto Fatti di causa

Con atto di citazione notificato l’8 gennaio 2010 M.A. , proprietario di un appartamento al primo piano di un appartamento in uno stabile in (omissis), conveniva, davanti al Tribunale di Como, C.I.G. proprietario del sottostante appartamento al piano terreno, chiedendo la rimozione, per mancato rispetto delle distanze legali, di un barbecue costruito dal convenuto a circa un metro dalle Continua a leggere »